Makers: gli interventi

[et_pb_section admin_label=”Sezione” fullwidth=”on” specialty=”off”][et_pb_fullwidth_header admin_label=”Intestazione a Larghezza Piena” title=”Makers” subhead=”gli interventi” background_layout=”dark” text_orientation=”center” header_fullscreen=”off” header_scroll_down=”off” background_color=”#e6332a” parallax=”off” parallax_method=”off” content_orientation=”center” image_orientation=”center” custom_button_one=”off” button_one_letter_spacing=”0″ button_one_use_icon=”default” button_one_icon_placement=”right” button_one_on_hover=”on” button_one_letter_spacing_hover=”0″ custom_button_two=”off” button_two_letter_spacing=”0″ button_two_use_icon=”default” button_two_icon_placement=”right” button_two_on_hover=”on” button_two_letter_spacing_hover=”0″] [/et_pb_fullwidth_header][/et_pb_section][et_pb_section admin_label=”Sezione” fullwidth=”off” specialty=”off”][et_pb_row admin_label=”Riga”][et_pb_column type=”4_4″][et_pb_divider admin_label=”Modulo Separatore” color=”#ffffff” show_divider=”off” divider_style=”solid” divider_position=”top” hide_on_mobile=”on”] [/et_pb_divider][et_pb_text admin_label=”Testo”]

Francesco Samorè
“Perchè questo incontro. FGB si occupa di responsabilità dell’innovazione e dell’impatto dell’innovazione tecno-scientifica sulla società e sulla storia. L’innovazione sollecita atti e responsabilità dei singoli e delle istituzioni.
Il nome Bassetti è legato a un contesto industriale sviluppatosi nel 900 e ad un’attività politico istituzionale conseguente. FGB ha queste due ascendenze. Nel corso della storia le ha sviluppate e la sintesi si trova nell’impegno per una definizione della responsabilità nell’innovazione: nella scienza, nella società e nella politica. La tecno-scienza sollecita una risposta da punto di vista della responsabilità, soprattutto rispetto alle scienze della vita, sollevando questioni di governance, etiche, fino alle scelte individuali.
Recentemente è emerso come anche l’innovazione applicata al fare e alla cultura del produrre (alle attività poiesis intensive dunque), richieda una analoga attenzione dal punto di vista della responsabilità. Che cosa fa FGB su questo? FGB si è occupata di come le tecnologie del produrre abbiano reso necessario un aggiornamento da parte di tutti i soggetti coinvolti.
L’anno scorso siamo stati a San Francisco con il progetto Innovating with Beauty, in occasione dell’anniversario della cultura in USA. Accompagnati dal Politecnico di Milano e in particolare dalla Prof. Collina, abbiamo stimolato l’incontro tra la cultura artigiana e quella dell’innovazione spinta e hi-tech tipica della Silicon Valley.
In quel contesto, il cenno alla bellezza era provocatorio ma non troppo; abbiamo incontrato Chris Anderson, animatore del movimento makers, e i rappresentanti di Singularity University, che ha una visione diversa della tecnologia. FGB ha portato Regione Lombardia, Comune di Milano e Camere di Commercio a confronto con realtà variegate e interessanti, per riflettere sulle innovazioni che stanno avvenendo oggi nel modo di produrre e di innovare. Noi riteniamo che i soggetti della cultura e delle istituzioni debbano essere protagonisti aggiornati e consapevoli rispetto ai temi dell’innovazione e che tematiche come il digital manufacturing, il 3d printing, ed altre con ricadute immediate o future sul contesto produttivo, richiedano una raffinazione culturale da parte di tutti i soggetti.
Abbiamo promosso anche altre iniziative alla Villa Reale di Monza con imprese artigiane e rappresentanti del movimento dei makers, identificando anche un percorso con gli istituti di credito, che permetta di allineare i nuovi modi di produrre con nuovi modi di finanziare l’innovazione. Le camere di commercio erano invitate, perchè sono i soggetti che si devono occupare dell’impresa. Fondazione Giannino Bassetti ha cercato di far crescere la cultura dell’innovazione nei centri di potere e nelle istituzioni, con l’obiettivo di velocizzare la transizione e produrre degli esiti di sistema.
Abbiamo dato luogo anche a eventi teatrali al Piccolo Teatro (come il progetto Mani grandi senza fine sul design italiano), rappresentazioni cinematografiche con il Centro Sperimentale di Cinematografia sulle imprese artigiane milanesi e brianzole. Questi progetti ci raccontano che innovazione non significa solo cambio tout court dei soggetti, ma dell’approccio e della cultura degli esistenti.
Non siamo attenti solo al contesto italiano e crediamo che anche ciò che avviene negli USA, dove l’amministrazione americana ha investito su quaranta nuovi poli di manifattura, sia da guardare con notevole interesse. Questi quaranta nuovi poli si stanno rapidamente evolvendo, mentre altre iniziative sull’innovazione sono più lente. Il tema è chiaro: i makers e la manifattura tornano di grande interesse, anche a livello politico-istituzionale. Negli Stati Uniti ci si riferisce a un ritorno, a un re-manufacturing, per riportare le produzioni uscite dal Paese per i costi di produzioni, nuovamente sul suolo americano, in un contesto tecnologico, sociale e politico profondamente mutato però. Qualcosa di simile è in corso qui da noi.
Per questo siamo molto contenti di ospitare una conversazione su questi temi, come quella che stiamo avviando oggi e diamo la nostra disponibilità per iniziative analoghe nel futuro. Vogliamo mettere insieme persone che si occupano di cose diverse per aumentare la consapevolezza su questi temi e promuovere iniziative di sviluppo”.

Paolo Zanenga
“Ringrazio FGB, Bassetti e Francesco Samorè. Piero Bassetti e la Fondazione hanno offerto lo spunto e lo stimolo a questo riunione, dando con evidenza il senso di alcuni cambiamenti in corso. Noi, come Diotima Society, abbiamo raccolto questo interesse, creando questo tavolo di lavoro. Iniziative come questa sono nella missione di DS, che è una rete internazionale di soggetti visionari dall’accademia, dall’impresa, dalla finanza, dall’education. Abbiamo come missione complessiva quella di accelerare processi di transizione come quelli che stiamo vivendo.
Ci proponiamo di intervenire sulle discipline normative (management, education, politica), in modo che la “maledizione dello status quo” possa fare meno danni possibili nella transizione lenta e difficile che è essenzialmente culturale.
Diotima Society nasce da un’attività portata avanti in più direzioni e che è stata tracciata in 10 anni dalla crescente attenzione verso le necessità di un’economia in cui i processi materiali sono sempre meno importanti e assumono rilevanza i processi cognitivi, con lo sviluppo di nuove forme di marketing, ricerca, innovazione: nuovi modi di intendere la strategia. Nel 2005 abbiamo portato, primi in Euroa, PDMA, che è la più grande associazione degli innovatori, creando il primo affiliate non americano. Successivamente, abbiamo ritenuto che un consesso di soli manager e consulenti fosse insufficiente, dato che il tema del cambiamento di paradigma è così ampio che merita la presenza di umanisti, filosofi, operatori culturali, imprenditori, e che i paletti da spostare e il rischio siano molti e molto alti.
Ho conosciuto Piero Bassetti nel 2005 e questo tema della responsabilità dell’innovazione mi sembrava in un certo senso ovvio (ad esempio, nel caso dell’energia nucleare e dei suoi effetti negativi, come la bomba atomica, oppure il ddt, ecc.). In seguito invece, abbiamo visto che queste derive sono molto probabili, proprio per la presunzione del controllo.
Io mi occupo da venti anni di scienze della complessità, che mi sembra offra un approccio adatto a questo contesto; anche se il termine stesso “complessità” è figlio di una cultura che ha catalogato come “complesso” tutto ciò che non rientra nei modelli lineari e deterministici. Dal mio punto di vista, complessità significa far convergere storie, culture e conoscenze diverse, acquisendo e creando nuovi tool per interpretare problemi nuovi, le cui conseguenze sono più importanti di come sembrano a prima vista. I punti di vista, inoltre, si sono moltiplicati.
Da questo punto di vista, penso che il 3D manufacturing sia uno dei game changer, dei reali driver di cambiamento.
Recentemente negli USA è stato definito il NEXT SHORING, un neologismo derivato dal concetto di OFFSHORING. Negli ultimi trenta anni, con momenti di particolare accelerazione, il manufacturing si è spostato da posti sviluppati ad alto costo del lavoro a zone in via di sviluppo a basso costo del lavoro, in continuità con una concezione classica che ritiene possibile separare il lavoro concettuale da quello esecutivo. Dunque, decentrare le funzioni esecutive in paesi a basso costo del lavoro è, di per se, sempre un vantaggio. La tendenza oggi è opposta e in alcuni casi si assiste al rientro di fasi di trasformazione e produzione un tempo emigrate. Siamo a un RE-SHORING. In particolare, Obama vuole riportare il manufacturing in USA. In realtà occorre riportarlo con logiche diverse. Una delle possibili chiavi di interpretazione è offerta dal concetto di prossimità, che consiglia di portare la produzione e l’innovazione in prossimità (anche geografica) con la domanda. Questo aspetto è decisivo e logico, considerando che è oggi il consumatore il più forte agente di cambiamento (prosumer, consum-autore). Questo concetto è chiaro al marketing già dagli anni 90 (secondo Kinsella nel processo di delivery l’atto più creativo è quello del consumatore quando sceglie cosa prendere dallo scaffale). A questo si accoppia l’idea che preverranno la customizzazione, le economia di scopo e non quelle di scala, in un mondo in cui sarà possibile realizzare prodotti personalizzati, su piccola scala in modo economico.
Questa evoluzione genera nuove logistiche, nuove conoscenze, e anche uno spostamento delle revenues, che vede le aziende classiche faticare a conservare il fatturato. Si generano nuovi mestieri e fenomeni di disruption, in cui emergono nuovi entranti, caratterizzati da strategie e competenze nuove.
Noi riteniamo che questo fenomeno del 3d printing cambi il gioco e vada di pari passo con altri trend, come la robotica, oppure, ancora di più, l’internet of things, portatore di una vera rivoluzione. Dal punto di vista del business, devono poi cambiare anche i modi per remunerare il capitale e il lavoro.
Il movimento dei makers viene dal basso e può essere davvero una fortuna per nuovi entranti che sappiano interpretare e cogliere nuove opportunità non percepite dagli incumbent, che non devono essere “rottamati”, anzi, devono essere aiutati perchè hanno un sapere immenso, tacito, fondamentale per l’Europa e soprattutto per l’Italia.
Quale può essere una risposta? Ad esempio, creare ecosistemi imprenditoriali (l’impresa non è una monade), in cui si riducono tempi di sviluppo, rischio, costi dell’innovazione e in cui l’interazione stessa è fonte di arricchimento. Da qui emerge il problema della formazione (education), che deve essere rivisto alla base.
Personalmente credo che i modelli della scuola dovranno cambiare molto in futuro, come stanno facendo quelli del lavoro. La resistenza al cambiamento produce squilibri e sofferenze, come dimostra il tasso di disoccupazione, salito al 42% tra i giovani. Tradizionalmente, scuola e lavoro, che sono stati visti per decenni come uno conseguente all’altro lungo la vita delle persone, tenderanno a convergere verso un modello in cui la scuola è capace di generare ricchezza e il lavoro è un apprendimento continuo. Questo tipo di situazione mi ricorda la scholè degli antichi greci e che i latini traducevano con otium, invece che con negotium, e che i medievali traducevano con schola.
Su questo abbiamo elaborato un approccio intermedio, tra quello tipico delle business school (B-School) e quello delle design school (D-school) e che abbiamo per questo chiamato C-School. Le business school sono in fase di revisione critica, mentre le design school, potenzialmente molto adatte a coinvolgersi nella complessità, sono molto orientate alla persona e capitalizzano meno di quanto potrebbero. In pratica il modello di C-School nasce dall’idea di incrociare, nei nodi di trasformazione, soggetti presenti nelle reti globali e che possano essere da stimolo per imprese pubbliche e private, offrendo una prospettiva diversa all’impresa, che tendeva a internalizzare tutte le proprie risorse, laddove la nuova impresa può fruire delle risorse esterne, presenti nelle reti.
Venendo invece al tema odierno, abbiamo voluto creare un tavolo che veda in prima sessione persone che vengono da impresa e tecnologia, per far confrontare esperienze e visioni diverse ipotizzare e convergenze di scenari futuri. A questo seguiranno incontri allargati a soggetti istituzionali e policy makers.
Giorgio Villa e Silvia Salami
Soci e fondatori di SGV srl, arriviamo da un percorso imprenditoriale classico, da una azienda brianzola specializzata nel contract d’arredo alberghiero internazionale.
Lavoravo per uno studio tecnico con architetti e designer di fama mondiale che portava nel mondo il vero made in italy artigianale. Ho sempre lavorato in rete, infatti abbiamo costruito network di aziende per creare manufatti diversi, da una nave da crociera, a un ristorante a un albergo, un prodotto finito, con un diverso tipo di clientela e con diverse caratteristiche.
Sette anni fa ho fondato SGV che nasce, per ragioni di non concorrenza, come posatore di porte, con la consapevolezza che alcuni clienti come Costa Crociere ci avrebbero seguito e scelto come ufficio tecnico esterno. Io vedo le grandi aziende come un volano capace di trascinare i piccoli artigiani. Quando alcune di queste aziende sono chiuse o hanno abdicato al proprio ruolo, i fornitori e i subfornitori sono rimasti senza sbocchi.
SGV usa il 3D printing da molto tempo. Non credo che sia la soluzione dei problemi dell’Italia e della sua manifattura. In fin dei conti, le macchine CNC sono presenti da trenta anni sul mercato; lo stesso si può dire per le stampanti. Se si attribuisce troppa importanza a questo movimento, trainato dagli USA per alcuni aspetti, si perde la visione generale del problema. Le nuove tecnologie possono dare un contributo, ma non sono risolutive.
In setti anni siamo passati da essere semplici mobilieri, a essere in grado di fare reverse engineering di lenti, elicotteri, e molti altri prodotti complessi, ponendoci al servizio di molte aziende e reinventando il nostro modo di lavorare. Abbiamo creato una delle prime reti d’imprese, la REGOLO STYLE, dove abbiamo portato le nostre capacità. Oggi, grazie a un unico ufficio, una serie di aziende italiane e internazionali (siamo arrivati a ventotto partner) rispondono a qualsiasi necessità dei clienti. Il progetto, per quanto bello e affascinante, resta molto difficile. Siamo partiti in due, convincendo per primi quelli che sono stati i miei partner di ventidue anni di professione, investendo nella rete di fiducia e amicizia che avevamo creato. Quando sono usciti i progetti di rete per i bandi Ergon, si sono formate ATI e reti d’impresa in maniera esclusivamente strumentale, costruendo alleanze ad hoc per i bandi, mentre Regolo Style era ed è una realtà consolidata e permanente, un modo di affrontare le sfide del mercato. Con questa rete ci siamo presentati negli Stati Uniti. Abbiamo fatto esperienza in una fiera internazionale e aperto una referenza a New York. Paradossalmente, è stato più facile in USA che in Italia, dove ho tentato per sette anni di parlare con le istituzioni, senza successo. Ho partecipato a decine di tavoli di confronto come questo, arrivando fino a Glasgow. Non ne ho mai percepito il senso e il valore. Nell’ultima assise della Camera di Commercio mi trovavo a fianco di persone che non avevano mai visto una stampante 3D. Per la mia esperienza, le istituzioni sono molto attente a non contaminare il lato istituzionale con quello imprenditoriale. Mi chiedo a cosa serva stare in Italia oggi a fare impresa. Abbiamo coniato un progetto che ha interessato Masssimo Russo di Wired, poichè anche sulle FAB LAB il taglio che gli stanno dando è molto discutibile, giù nel nome. Il distretto, in fin dei conti, lo abbiamo inventato noi (casa e bottega) e ora copiamo un modello simile di provenienza americana. La prova di questa storia è data dalla topografia delle città italiane, in cui le aree industriali e abitative sono mescolate in un continuum difficile da governare. Per quanto mi riguarda, un hub come Regolo Style deve essere profit, dunque non saremo mai un’associazione. Non sono sicuro che ci stabiliremo a Milano, dato che da sei mesi proviamo a parlare con qualche istituzione e non ci riusciamo. Abbiamo pronto un progetto da sette mesi, che coinvolge vari imprenditori che hanno già firmato i contratti, ma a Milano non troviamo una location. Forse è sbagliato il modo di presentarsi, o forse non viene capito. Forse non interessa quello che facciamo e piace semplicemente andare nelle fab lab perchè ci sono le stampanti 3d. La stampa 3D è solo un processo. Può rendere più veloce un sistema di prototipazione. Noi abbiamo presentato un progetto innovativo per la realizzazione di un motoscafo, coinvolgendo il Politecnico. Abbiamo dimostrato che è possibile convertire l’indotto: qui abbiamo un vetraio che ha iniziato a lavorare l’alluminio, un fabbro che ha imparato a usare colle aeronautiche, un carrozziere in grado di verniciare nella nautica grazie a nuove tecnologie. Morale, come è andata? Abbiamo presentato il progetto, ma questo non ha vinto, e ci sono stati privilegiati progetti molto meno significativi portati da attori scelti solo perché il proponente è un cantiere navale. Lo stesso identico progetto ha vinto a Roma, ed è oggi pronto a realizzare il prodotto, mentre sul territorio si rimane slegati dalla realtà. Sono stati fatti tentativi, ma, dal mio punto di vista, io ne sono uscito con le mie gambe su un binario diverso rispetto alle istituzioni. Io ho governance di tutto il nord Italia, devo gestire un network di imprese che si parlano, mentre le Camere di Commercio non riescono a mettersi d’accordo da una provincia all’altra. Gli imprenditori sono stanchi. A New York, negli USA, stiamo riuscendo ad aprire insieme a tre partner. Qui a Milano non ci riusciamo. Stiamo pensando di andare all’estero. Portando via il know-how. Le persone sono esasperate e se ne vanno. Io rappresento la voce di diciotto aziende dell’indotto, con 300-350 persone assunte. Aziende che non riescono a sfondare nè a fare gruppo. Siamo tanti sciur brambilla pronti ad andare in altre parti del mondo, da soli a cercare di presentarci. Il problema è forse il sistema Italia”.

Paolo Zanenga
“Questa di Giorgio Villa e Silvia Salami è la testimonianza tipica dei problemi che sorgono quando le istituzioni fanno riferimento a un mondo diverso e non aggiornato con la contemporaneità. Dall’altro occorre dire ai vari “sciur Brambilla” che ci sono altre possibilità per restare collegati col mondo. La stampante 3d non fa la rivoluzione, è vero; tuttavia, se ne parla ora così tanto perchè quando noi mettiamo i makers in rete, creiamo automaticamente un deposito di conoscenze, che rendono possibili i FAB LAB in luoghi dove non esistono risorse e che diventano potenziali attrattori di una parte di manufacturing. Concordo che il modello del distretto, aggiornato, sia attuale e adatto alle nuove sfide, più ancora che in passato. E questo grazie alla tecnologia. Il futuro ha analogie col passato e anche molte differenze. Superare l’isolamento, offrire possibilità di collaborazione, rimuovere ostacoli di tipo burocratico e istituzionale, questi sono gli imperativi del futuro. Intanto, Giorgio Villa evidenzia le difficoltà e le lentezze che permangono e frenano lo sviluppo di progetti innovativi.
A Villa Reale di Monza, c’era molta gente. C’erano ragazzi, persone anziane, di vari mestieri. Sono stato colpito dal fatto che un argomento del genere fosse così popolare e destasse attese così forti. In particolare là ho incontrato Emanuele Balasso e il suo progetto, Industrial Solution”.

Emanuele Balasso
“Buongiorno a tutti. Mi chiamo Emanuele Balasso, ho 25 anni e a settembre ho fondato Innovative Industrial Solution, una startup innovativa che commercializza sistemi economici di prototipazione rapida, le cosiddette stampanti 3D. Non ho avuto rapporti con istituzioni, ho solo richiesto di concorrere per un fondo destinato alle start-up innovative. Onestamente, ho avuto risposta dopo mesi mesi, e la risposta è stata: “valuteremo”.
Vi racconto la mia breve esperienza. Professionalmente non sono un maker, ma un imprenditore. Da privato invece sono un maker. Ho preso la prima 3d printing un anno fa, affascinato da questa tecnologia. Volevo vendere e commercializzare stampanti 3d economiche. Fino ad ora gli artigiani che ho contattato (e che sono il 70% della mia clientela) mi hanno detto che con la crisi non fanno più fare prototipi, che costano troppo. Allo stesso tempo, senza prototipi non sono competitivi sul mercato. Mi sono mosso, e ho avuto riscontro positivo in termini di numeri di acquisto. Anche molte piccole imprese mi hanno ringraziato, dato che sono riuscite a fare test e prototipi che funzionano anche meccanicamente e così hanno potuto avviare la produzione. Questa è stata la mia esperienza. Sono d’accordo che la stampante non è la soluzione per l’Italia. Ma per queste piccole imprese è un grande aiuto, visto che abbatte enormemente i costi. La cosa più difficile è disegnare in 3d, in realtà stampare è facile. Io stesso faccio un corso per chi acquista. Alcuni hanno imparato a disegnare in 3d, ora potranno anche stampare in 3d. Tutte queste tecnologie costavano molto, finchè erano coperte da un brevetto. Io commercializzo ROBO 3D lanciato su Kickstarter da un gruppo di ingegneri che hanno creato questa stampante 3d che ha avuto un notevole successo. Oggi i costi sono bassi, sono crollati, rispetto a prima. Dipende ovviamente dalla tecnologia e dalla qualità. Esistono stampanti entry-level e di livello molto più alto. Io ho una gamma di prodotti che vanno dai 1.000 euro a stampanti da 20/40 mila euro. Dipende dalle applicazioni. Chi ha bisogno di qualità per automotive non può usare una semplice stampante 3d.
Ho avuto difficoltà a spiegare la tecnologia ad artigiani classici che facevano prototipi in legno, ma molti hanno capito che mostrare a un cliente un oggetto è diverso che mostrare un disegno al computer.
Ad esempio, io ho fatto il tasto del citofono che si era rotto. Il problema principale per far diventare questa tecnologia appetibile a livello consumer è il disegno 3D”.

Paolo Zanenga
“Il sapere modellare potrebbe essere il sapere di uno che sta a 2mila KM di distanza. Potrei scaricare qualcosa già pronto da stampare, pensato e realizzato molto lontano.
Emanule Balasso
In effetti esistono portali che rendono possibile tutto questo, come Thinginverse (http://www.thingiverse.com) (portale per stampare modelli 3 d), oppure 3d hubs (http://www.3dhubs.com); proprio in 3d hubs trovo stampatori 3d che possono stampare un pezzo e spedirlo a casa. Gli artigiani conoscono alcuni di questi siti, ma non sempre accettano l’innovazione”.

Giorgio Villa
“Credo sia utopistico pensare che questo generi una nuova economia. Il nostro compito è cercare nuove tecnologie CNC fino a commercializzare la stampante che lavora su un metro per un metro o un metro e mezzo. Nelle fabbriche, nei laboratori artigiani, voglio spiegare che si può ripartire da zero, anche tra i piccoli artigiani che devono fare lavoro manuale.
A New York ho viaggiato per aprire un ufficio, portando la parola distretto; sono stato ad Hoboken, dove nascono imprenditori italiani stanchi di queste soluzioni, come il direttore della ICE. Ci sono 10.000 imprenditori italiani che sono andati ad aprire là imprese artigiane, nate trenta anni fa, con nuovo spirito e nuove tecnologie. Se ben impostato il lavoro con hub di tecnologie rende. Il 3d rende più veloce e personalizzabile il prodotto, ma le tecnologie devono essere al servizio di un mondo che lavoro. Se uno mi dice che a casa faccio delle piccole cosette in casa, non cambia nulla. Queste tecnologie non sono ancora mature”.

Fabio Franzoni
“Ho lavorato nella comunicazione in una Casa editrice. Vedo interessanti parallelismi tra il manufacturing e l’editoria di alcuni anni fa, quando le case editrici non si ponevano il problema del digitale e dei social network. Oggi, che tutto è rapidamente cambiato, siamo tutti produttori di contenuti e siamo tutti giornalisti in un certo senso. Quando se ne parlava dieci anni fa con i direttori dei giornali, non si aveva attenzione: la reazione tipica tirava in ballo questioni deontologiche ed etiche. Il problema è che Corriere della Sera, Repubblica e Sole 24 Ore sono fatti da trecento giornalisti, con un modello che non sta più in piedi. Il sistema è stato travolto, come dieci – quindici anni fa il mondo musicale e tutte le major discografiche sono state travolte da Winamp, e poi da i-Tunes e ora Amazon. Le case editrici non hanno colto questo cambiamento. Sono stati travolti, come mostrano i bilanci degli ultimi cinque anni. Non è stato percepito e colto il cambiamento.
Su Facebook, esistono milioni di utenti produttori di contenuti. Un tweet di Renzi vale come un articolo con una sua intervista esclusiva, e forse qualcosa di più. Makers di Anderson mi ha fatto pensare che anche nel manufacturing ci possa essere un cambio di paradigma simile. Presuppone il fatto che tra cinque o dieci anni, tutti diventeremo produttori, makers. Dobbiamo avere questa visione se vogliamo capire come gestire il cambiamento. Se facciamo come le grandi case editrici che hanno un atteggiamento conservativo, invece, affonderemo. Dobbiamo capire come gestire a livello di formazione e cultura, soprattutto in Italia dove vedo opportunità interessanti con distretti artigiani”.

Domenico Laudonia
“Sono un Angel Investor, investo in start-up.
Io credo che il 3D printing avrà una grande diffusione. Tutte le innovazioni agiscono sul tempo, che è la vera risorsa scarsa. In questo caso ci sarà una contrazione del tempo di produrre e costruire. Occorre capire quale ruolo giocare e come posizionarsi rispetto a queste tecnologie. Io vedo ancora oggi un’altra grande opportunità che hanno cavalcato subito gli americani, geni del marketing. Come al solito, dove c’è un ecosistema di promozione delle tecnologie, loro sono i driver del cambiamento e della tecnologia, sono capaci di consumerizzarla.
Per l’Italia vedo un’opportunità, dato che nel mondo l’eccellenza artigianale italiana è riconosciuta e compensata da prezzi premium. La minaccia è per chi non sostiene l’eccellenza qualitativa nell’artigianalità. Soprattutto l’altro tema è far sì che questo know-how sia proprietario, che l’artigianalità sia di livello alto. La minaccia è che questo know-how possa essere portato fuori e distribuito in altri mercati. Questo è un tema che va approfondito a mio avviso”.

Paolo Zanenga
Questo è molto interessante. Il problema è l’elicitazione dei saperi taciti che forniscono eccellenza. In questo le reti possono aiutare, se chi detiene questa eccellenza è premiato dal mercato con un accesso più cospicuo e importante al mercato”.

Domenico Laudonia
“Io vedo anche il tema dell’esperienza. Se il prodotto è ricco d’esperienza diventa unico. Il tema, è, ancora una volta, di brand, di marketing”.

Paolo Zanenga
“Io sono convinto che non si possa digitalizzare tutto, subito, ma in modo progressivo si possa farlo”.

Giorgio Villa
“Vi posso dimostrare una cosa diversa. L’anno scorso per il salone abbiamo fatto un lavandino da un blocco di marmo. Noi siamo andati a stamparlo con stampante entry level, in cui esce un pezzo grezzo, e un artigiano ha creato un pezzo cromato.
Quello è il plus, perchè non si poteva stamparlo in altro modo, perché la stampante 3D non fa per ora un pezzo cromato, né cose molto sofisticate. Dunque le possibilità sono molto limitate”.

Paolo Zanenga
“Ma il sapere dell’artigiano è suscettibile di REVERSE ENGINEERING per generare un manufatto in 3D?”

Giorgio Villa
“Attualmente, un prodotto può essere scannerizzato, ma il valore aggiunto della finitura, esempio la foglia d’oro non è possibile allo stato attuale.
Noi siamo la prima Rhyno Fab Lab riconosciuta, tra i partner c’è FootOn. Il loro core business è colmare i limiti delle tecnologie dei materiali, valorizzando resine e siliconi per biomedicale. Il valore aggiunto è dato dalle mani. Mi sta bene, io lavoro con disegnatori indiani. Abbiamo lavorato con azienda cinese a cui trasferiamo know-how, a cui insegniamo come fare mobili, dato che, come brand italiano in Cina, nessuno ci si fila. Io ho lavorato con Vico Magistretti e altri brand che non producono più in Brianza in Italia. Solo dopo Wired siamo andati in Italia”.

Domenico Laudonia
“Sono stato in Corea con il Ministero Estero coreano. Lì hanno ancora il valore del “fatto in Italia” e sono disposti a pagarlo tre volte il prezzo. Il problema è dunque di vendita e marketing. Vuol dire avere coraggio e provare a costruire il brand.
Io penso che in Italia ci sia questo potenziale e ci sarà selezione: chi allarga team e capitale ce la fa. Gli altri saranno appiattiti verso il basso, uscendo dal mercato”.

Federico Della Bella
“Personalmente conosco il publishing dalla parte dei produttori, convinti per anni che la produzione professionale e il brand dei media tradizionali fosse talmente forte da non essere scalfibile da citizen journalist, social media, piattaforme digitali di crowdsourcing. Successivamente, casi come quello dell’Huffington Post hanno dimostrato che non è così.
Anche nell’ICT si è assistito a un fenomeno simile: chi programmava in HTML era pagato a peso d’oro nei primi anni 90. Oggi, realizzare un sito con funzionalità standard è possibile senza conoscere nulla di programmazione o linguaggi di presentazione come HTML. Non se nella manifattura possano presentarsi fenomeni simili. Infine, la questione del brand. Con alcuni colleghi, ho costruito una piattaforma di social commerce; questa è stata la parte facile, mentre la difficoltà è ora nel popolarla, diventando riconoscibili e aggregando una community che percepisca un valore. Ancora una volta, la questione è il marketing”.

Barbara Zucchi Frua
“Nel 2009 ho aperto spazio tessile aperto al pubblico, un laboratorio. L’ho aperto perchè volevo osservare la nuova relazione tra prodotto e consumatore. A questo punto il problema di chi produce è proprio costruire una relazione nuova con un consumatore diverso. Che potrà costruire un prodotto globalizzato e un prodotto personalizzato. Le aziende devono organizzarsi per fare entrambe le cose. La tecnologia digitale permette questo cambiamento. Cambiano i paradigmi di riferimento. Cambia il sistema della conoscenza. Il futuro consumatore cercherà di più il proprio prodotto: si passerà dalla mass production alla mass customization. Con aree calde e punti di forza e debolezza che emergeranno da come i sistemi condurranno le cose. Come Italia non sappiamo fare sistema, rete, e credo sia il punto di forza in questo tipo di progetti.
Bisogna osservare il consumatore, che tramite le app del suo smartphone potrà fare tutto. Assisteremo a una personalizzazione urbanistica, medica, di prodotto, di servizi.
Io sto osservando questi fenomeni da una realtà piccola e sperimentale. In generale al centro ci sarà il consumatore e la sua capacità di scelta. Più opzioni vengono offerte al consumatore più aumentano le difficoltà, dunque i sistemi di personalizzazione dovranno guidare ed essere facili. Il consumatore sarà co-designer insieme all’azienda. Co-generation, co-design le parole d’ordine”.

Paolo Zanenga
“Emerge una barriera sottile ma diabolica. Il dott. Franzoni parlava dell’indie music come di un inizio. Oggi Nussbaum parla di indie capitalism. Giovanni Campagnoli è un esempio nell’imprenditoria giovanile non solo tecnologica. Come i giovani oggi pensano il mondo del lavoro? I modelli del lavoro non sono più quelli di un tempo. Non si distingue tra piccola e grande imprese, lavoro e tempo libero, ecc.
La cosa fondamentale è che i giovani che non saranno imprenditori, avranno comunque una loro imprenditorialità. Si creeranno delle asimmetrie.
Capire il mondo mentale dei giovani è fondamentale per liberarli dai pregiudizi e dalle distinzioni. Il mondo del lavoro non esiste più, esiste un mondo unico. Nello stesso tempo, e mi rivolgo in particolare alla Prof. Luisa Collina, la scuola e l’università hanno una responsabilità pazzesca. Non credo che il problema sia imparare a usare tecnicamente qualcosa. Quello che mi pare un grande problema è entrare nel concetto che i saperi impliciti posseduti possono trasformarsi e moltiplicarsi nella relazione col consumatore e diventare valore economico. Questo pochi lo capiscono. Lì bisogna dare uno scossone”.

Luisa Collina
“Come Politecnico di Milano, sviluppiamo nuovi profili formativi. Promuoviamo cambiamenti, anche didattici. Il lavoro andrà inventato, costruito, non esiste il posto da trovare. Ognuno cerca in se stesso cosa sa fare, che tipo di intelligenza possiede e come sfruttarla. Questo è un primo cambiamento. Vogliamo sviluppare queste doti che non c’erano nei piani di studio, con laboratori ad hoc e altre iniziative. In Cina ad esempio riconoscono dei crediti a chi fa esperienze d’incubazione d’imprese. Noi abbiamo crediti di tirocinio che vuol dire ancora andare a bottega da qualcun altro. Anche il rapporto tra lavoro e formazione deve mutare. Si danno crediti non solo per fare gli esami. Il ruolo di docente cambia e diventa quello di un mentore, un tutor di attività che avvengono anche fuori. Ci muoviamo per tempo, anche per evitare cosa potrebbe avvenire secondo Chris Anderson, che prevede un mondo in cui le università non esisteranno più. In parte sono d’accordo, se l’università resta come è oggi: carissima, a cui accedono persone che si indebitano fortemente e che, in termini occupazionali, non sono più garanzia di una buona carriera. il tentativo è ibridare l’attività formativa con l’esperienza esterna, creando profili multidisciplinari, imparando dal vicino, dal pari (peer). Le barriere sono durissime. Sto lavorando ad una doppia laurea design-ingegneria gestionale. Dopo anni di lotta ce la faremo a vararla. Una resistenza era dovuta all’idea che un designer possa avere un riconoscimento di ingegnere senza aver seguito alcuni corsi fondamentali. Non si riesce a comunicare che oggi il titolo non conta, non conta la carta, ma la competenza. Cerchiamo di sporcare i profili, col mondo esterno, con le discipline esterne. Nessuno vuole dei Leonardo Da Vinci, sia chiaro. Ma, d’altro canto, al designer non si chiede semplicemente il logo. Dobbiamo chiedere le giuste domande alle competenze altrui, senza perdere identità, mescolando le competenze e i saperi.
L’altra cosa, stiamo creando un centro make factory, dove non usiamo fab lab come termine, gli americani sono molto bravi a coniare neologismi, a brandizzare movimenti e processi (pensate al design thinking che è italiano in sua essenza), anche a rischio di eccessive semplificazioni. Dobbiamo, mantenendo la nostra specificità tenerne conto e prendere esempio”.

Paolo Zanenga
“Oggi nell’accademia ci sono trend e contro-trend. Da un lato sforzi come il vostro. Mentre ad Harvard hanno chiuso la facoltà di storia”.

Luisa Collina
“I trend sono o diventare eccellenza tramite una iper specializzazione, oppure avere capacità di dialogo e co-creazione attraverso l’ibridazione con altre discipline. Per fare questa make factory noi come Poli abbiamo voluto fare un esperimento. Ci stiamo lavorando. Una make factory in un Politecnico chi la cura? Essendo trasversale, molti hanno titoli per dire la loro. Chi la guida? E’ un luogo molto multidisciplinare. Si tratta di una piccola zattera, se ci salgono in 300 affonda. Il progetto deve essere condiviso, ma senza troppi decisori. L’interdisciplinarietà pone vari problemi”.

Giovani Campagnoli
“Io arrivo da un mondo lontano da tutto questo. Sono laureato in economia alla Bocconi e lavoro nelle politiche pubbliche per i giovani, nella scuola e fuori dalla scuola, con Vedo Giovane. Lavoro in Piemonte e in tutta Italia. In questo momento i ragazzi sono il motore del cambiamento. Come i ragazzi approcciano la tecnologia e a nuovi modi di usare oggetti vecchi (l’uso del pollice dagli smartphone) sono indicatori di futuro. Il nostro obiettivo è far sì che il percorso che ha portato Emanuele a diventare start-upper e Giorgio e Silvia a diventare imprenditori sia meno casuale. Importanti per me sono anche i luoghi, dove si sperimentino delle cose. I luoghi dove ci mettiamo non la stampante 3d per moda, ma per far vedere che può essere un chiave per progettare il futuro. I ragazzi lì sperimentano e imparano. Oggi ero in un liceo classico dove un gruppo di ragazzi sta ricostruendo l’Odissea con grafiche e ipertesti, suoni e rumori. Arrivando a pensare ai tweet che avrebbe mandato Ulisse. Un altro modo di interpretare la realtà. Ci sono potenzialità enormi. Le competenze si acquisiscono in questi modi. Oggi ozio e negozio sono la stessa cosa. Polifemo viene sconfitto con uno stratagemma, mettendo insieme astuzia e intuizione, intrapresa. Devo sperimentare, sul campo, cosa fare e come usare le competenze spendibili, acquisendole in modo non convenzionale”.

Paolo Zanenga
“Sarebbe interessante mettere insieme imprese mature e start-up appena nate. Quelle mature non sanno qual è il loro patrimonio, che non è realizzare oggetto, ma è un sintomo del loro sapere implicito, che è un patrimonio di per sè, se messo a disposizione”.

Raffaele Vergine
“Le aziende in difficoltà ci accorgiamo che hanno voglia di trovare soluzione al problema. Quelle che vanno bene (o credono perchè il fatturato tiene), sono meno propense ad abbracciare certe tematiche, come quelle dei Value System”.

Paolo Zanenga
“In Italia interessa il manufacturing perchè l’eccellenza italiana riguarda il manufacturing. Quali possono essere le direttrici per far fare strada a questo processo, superando le barriere culturali, istituzionali, nell’accademia”.

Roberto Tognetti
“Dico anche io volentieri qualcosa. Il mio punto di vista è quello di IPERPIANO, un network professionale di architetti e urbanisti costituito nel 2008 sulla suggestione dell’ecosistema. Ho conosciuto Paolo Zanenga dopo aver letto il suo libro (Le Reti di Diotima. Società della conoscenza ed economia della bellezza). Con questa idea dell’ecosistema abbiamo applicato la cultura del distretto alle professioni, una società di ingegneria nata su base amicale, e abbiamo costruito una rete; in questo modo ci proponiamo con un’offerta di valore molto ampia sul fronte delle professionalità. Siamo nati durante la crisi e speriamo di essere una macchina per il dopo crisi. Questo esperimento ha funzionato, ma per ragioni burocratiche non possiamo costituire un contratto di rete, perchè occorre avere una posizione camerale. Non esiste questa opportunità per i professionisti. Almeno ad oggi. Noi abbiamo un lato di sostenibilità nella progettazione (bio) anche per il manufatto casa, per il territorio, per l’edilizia. Siamo vicini a questa sensibilità, nel nostro filone di ricerca Crea-Città, dedicato all’attualità della creatività nella produzione di valore. Oggi le città sono fatte di vuoto: sfitto, sottoutilizzato e dismesso, invenduto. Ci sono varie declinazioni di bolla, beni confiscati alla mafia e non utilizzati.
Noi avremmo ricetta metodologica, difficile da applicare. Noi vorremmo portare un approccio: più usi meno paghi. Questo rivoluzionerebbe rendite catastali, IMU, eccetera.
Viviamo su un’economia basata sulla rendita e noi vogliamo attaccarla. Per attaccare la conservazione della ricchezza. L’ostacolo immobiliare è enorme. Queste sono le difficoltà. Come si riempie il vuoto? Con il talento, la creazione di valore, con nuove filiere di conoscenza, tramite la densificazione selettiva dal lato degli approcci e dei risultati. Aggiungo che questa avventura professionale ha trovato un punto di applicazione nel volontariato civico per la salvaguardia di Casa Bossi, palazzo antonelliano, proponendone un riuso civico e culturale importante.
Siamo riusciti a ottenere di più come volontari che come professionisti, in questa sperimentazione di approcci e metodi.
La gamma di contradditorio normativo e di regole è talmente vasta che permette di dire sempre no, ci sono migliaia di leggi ottime per dire sempre no. Se da domani si ribaltasse l’approccio si riuscirebbe a dire qualche “sì”, a realizzare qualcosa. Si userebbero edifici dismessi, abbatterebbero orrori energivori, ecc. L’approccio nostro è sulla Casa Bossi, per costruire contenuti e percorsi. La soluzione del problema è nella pluralità di approcci”.

Paolo Zanenga
“Siamo in una rivoluzione di spazi e di tempi. E bisogna anche capire come la finanza può supportare la nuova imprenditoria”.

Diego Andreis
“Sono AD di Fluidotech, opero nel settore manifatturiero. Azienda matura, non una start-up, abbiamo una storia, come tante medie imprese italiane. Avendo una storia siamo di fatto chiusi. La mia conoscenza con Paolo Zanenga nasce attraverso PDMA. Personalmente sono sempre stato attratto da tutto quello che accelera il processo di innovazione. Siamo un’azienda matura che opera in ambiti maturi e stiamo crescendo del 21% quest’anno ed eravamo cresciuti del 16% l’anno scorso. Dal mio punto di vista mio, AUDI ha un processo molto forte, questo è il suo core. Abbiamo iniziato a esplorare insieme un laboratorio d’innovazione, già dal 2008-2009. Volevamo mettere insieme varie imprese, come si fa con un contratto di rete. Le reti che funzionano aggregano competenze e creano sinergie per fare massa critica. Per quanto mi riguarda, questo approccio non mi interessa: io ho già massa critica per i mercati che presidio. Mi interessano le reti che abilitano nuove dinamiche di innovazione. Queste sono molto difficili da creare, dato che le aziende sono chiuse e gelose di tutto ciò che in questi laboratori verrebbe prodotto. Attualmente, ho due reti, una delle quali è un fiore all’occhiello del rettore del Politecnico di Milano. Dal punto di vista imprenditoriale, si tratta di belle esperienze che non generano però molto. Ieri abbiamo costruito due reti, oggi vogliamo creare un laboratorio. Su internet la velocità è incredibile. Nel manufacturing tradizionale tutto è molto lento, lungo e difficile. Io voglio che le cose funzionino. Allora il laboratorio l’ho fatto io. Ho costruito un’azienda separata, con ingegneri e designer, dove vorrei che accada quello che volevo avvenisse nella rete. Non voglio costruire una nuova azienda chiusa. Questa Srl lavora davvero in ottica OPEN, in modo polmonare. Non abbiamo una verticalizzazione sulla stampante 3d. E’ una tecnologia che usiamo, infatti stiamo lavorando con una azienda tedesca che fa stampanti molto costose da 200-300 mila euro. Questa tecnologia semplicemente accelera una cosa che potrei fare altrimenti. Abbiamo diversi tool di prototipazione rapida. Il 3d accelera il processo. Quello che mi interessa di più del 3d è che voglio introdurre nel lab nuovi modelli di business e di prodotto e credo che questa tecnologia possa contribuire a generarli. Anche la stampante distribuita, a livello consumer, credo possa svilupparsi, dato che i limiti tecnici si supereranno nel tempo. Ma a me interessano le dinamiche. Ho un progetto confidenziale che utilizza l’approccio della stampa 3d per fare cose assolutamente diverse. Credo che questa tecnologia, insieme alle tecnologie digitali e alle reti possa abilitare cose straordinarie”.

Emanuele Balasso
“Ci sono esempi di stampanti 3d che stampano la pelle, che viene poi trapiantata. Fatto con una stampante 3d simile a quelle tradizionali”.

Giamarco Binetti
“Penso di essere una delle persone che hanno contribuito ad alfabetizzare informaticamente molti in questa stanza. Prima in Commodore, di cui ero manager. Molti hanno avuto il Commodore. Poi in Olivetti, come manager per proporre l’MS DOS sotto il milione di lire. E infine come imprenditore con un modello di business tedesco che ho sviluppato in Italia con la catena di VOBIS.
Questa esperienza mi ha fatto imparare moltissimo. Nel frattempo uno dei miei figli, ingegnere informatico che ha ottenuto dal Politecnico insieme ad alcuni suoi colleghi, una stanza con dei computer dove fanno attività di orientamento delle matricole e in cambio gli permette un accesso illimitato a computer e scanner, mi ha chiesto, se potevo metterlo in contatto con quelli di Intel e Hp, per creare una hacker space, dove si sviluppino idee, dato che ne hanno molte. Come quella di alcuni amici che raccolgono soldi per realizzare un altro Facebook, molto chiuso, criptato, a inviti. Alla mia domanda “Ma a chi lo vendi?” Ha risposto “Non lo so, a nessuno”. Mi chiedo perchè possano sprecare il tempo per fare qualcosa che non ha sbocchi. Credo che manchi molto l’approccio al marketing e al business in contesti tecnology-intensive. Bisogna far incontrare la tecnologia con qualcosa a cui nessuno aveva pensato. Nel 1996 ero a Parigi alla presentazione della Tim con Sentinelli, che ha inventato la TIM Card, ossia la carta ricaricabile. Fino ad allora si usava il cellulare su abbonamento, ed era ottimo per le aziende. Quel giorno disse che un giorno tutti noi avremmo avuto due numeri: il codice fiscale e il numero di telefono personale. Oggi è normale, mentre allora c’era il numero di casa. Mentre lo diceva nessuno gli credeva. Il mercato, disse Sentinelli, è fatto da 50 milioni di italiani.
Bisogna inventarsi i mestieri dal punto di vista imprenditoriale. Rendendo liquida la musica, ci facciamo le playlist in casa, come i video, montiamo copiamo e ricostruiamo. Così per i biglietti di invito per le feste dei bambini. Questo lavoro è stato portato via alle industrie. Facciamo finta che non sia vero, ma è così. Cosa succederà, non lo so, ma succederà.
Un caro amico, Castelfranchi, maestro dell’elettronica, mi ha detto che una sua cara amica ha ereditato dal marito morto una collezione di pipe molto belle. Lei è andata dal gioielliere di famiglia con le pipe. Questo ha detto che avrebbe potuto provare a venderle. Il figlio, invece, ha iniziato a farlo, ma su internet, in tutto il mondo. Questo è il suo mestiere oggi.
Le esperienze che fanno pensare a Star Trek, tipo quello che Negroponte scriveva, che non si faranno più viaggiare libri cd e video, è avvenuto. Questo arriverà anche con altri oggetti, grazie al 3d manufacturing. Quello che è digitale all’opposto può diventare un oggetto. Dal nulla si torna a una cosa concreta. Credo che qualunque previsione che possiamo fare sia sbagliata, per difetto”.

Paolo Zanenga
“Secondo quanto diceva Roberto le città, che nasce come mercato, e il marketplace, sono quasi sinonimi. Cosa deve diventare la città se deve risolvere il problema di marketing, dato che il punto fondamentale non è più realizzativo, ma di brand, come diceva Binetti. Siamo dopo la fabbrica, dopo il negozio, e c’è la necessità di pensare a nuovi luoghi. Io concluderei con Domenico Laudonia perchè il problema è anche della finanza verso questi sviluppi che generano ricchezza patrimoniale, più che di turnover. Nel 2009 ho fatto consulenza per Nestlè, a cui interessava di più la brand relevance che vendere un po’ di più. Se mettiamo insieme questo, più le transazioni sul web che non sono monetarie. Come fa la finanza a riconoscere dei patrimoni che emergono, come può essere un patrimonio cognitivo. E poi, chiedo a Fiorello Cortiana che ha grande esperienza nelle istituzioni: c’è una strada o non c’è una strada percorribile nelle istituzioni?”

Domenico Laudonia
“Sottolineo importanza del capitale finanziario e umano. Negli Stati Uniti, esiste la give back attitude, che è loro congenita, e che permette la rigenerazione in attività economica delle ricchezze accumulate nella vita professionale. Questo genera imprenditorialità: ricchezze re-investite nei giovani.
Poi, la questione Smart-Money: gli imprenditori non cercano accesso alla liquidità, se c’è l’opportunità la liquidità arriva, vogliono know-how, competenze, accesso ai mercati, imprenditorialità. Ho lavorato con i più importanti acceleratori. Il tema del mentoring è fondamentale. Fior di executive lavorano gratis (molto negli USA, ancora poco in Europa) e dedicano ore e giorni a far crescere imprese, iniziative, guidate da ragazzi, facendo sì che i giovani di quindici anni in California vogliono creare la loro impresa. Questa è cultura. Invece di investire nel mattone. Questa è nuova linfa imprenditoriale”.

Gianmarco Binetti
“Ma questo sarà sempre più necessario, visto che non ci sono i lavori da ufficio tradizionale.
Barbara Zucchi Frua
Non abbiamo la cultura della valorizzazione dei giovani.
Paolo Zanenga
Non abbiamo la cultura della valorizzazione tout-court. C’è, semmai, una cultura opportunistica di cogliere opportunità a breve termine”.

Gianmarco Binetti
“Tra i miei figli ho visto che la televisione negli anni moriva, che molte abitudini andavano a morire. Questa cosa, i padroni del vapore l’hanno scoperta tardi. Molte aziende ignorano il web marketing. Era il problema di 20 anni fa in Vobis, in cui dovevo decidere cosa tagliare, sui 20 miliardi spesi in advertising. Oggi se metto un chip su vari canali, dove ottengo più lead, continuo, altrove cancello. Gli imprenditori non conoscono questo aspetto. I contenuti non valgono nulla, solo nella misura in cui generano lead e di lì abilitano altre transazioni”.

Fiorello Cortiana
“Provengo dall’esperienza creativa nata con gli indiani metropolitani che, dopo il 1977, riutilizzando gli spazi vuoti grazie un assessore (donna) architetto a Milano, che ne ha riconosciuto il valore, ha permesso la nascita degli INFORMAGIOVANI. Ho poi fondato i Verdi in Italia e in Europa, sono stato assessore regionale in Lombardia e quindi senatore a Roma per dieci anni, dove ho cercato di portare innovazione nel parlamento, ma non è stato semplice. Ho fatto dare il personal computer a tutti i parlamentari, che in maggioranza lo hanno dato ai figli.
Ci sono molti nodi interessanti. Uno è legato all’esperienza di Andreis: come si creano ambiti dove c’è tensione tra punti di vista diversi. Lì si crea un ecosistema cognitivo. La chiave imprenditoriale e aperta nasce da una competenza precisa. L’evoluzione del Venture Capitalism partirà da queste esperienze.
Con Paolucci, di Microsoft, parlavo di quello che potremmo fare: creare cultura dell’intrapresa, dell’impresa. Da ecologista mi dispongo a una realtà con un’epistemologia complessa. Non mi sento perso, mi sento dentro a sistemi che hanno vari livelli. E’ una modalità di approccio nuova che occorre stimolare. Dietro ogni esperienza ci sta una capacità di sintesi innata o accumulata. Come condividiamo questa consapevolezza, un portato vero nell’economia di rete, a cui gli italiani possono abbinare un’idea di bellezza, un’estetica. Dobbiamo capire come l’intangibile possa essere codificato e messo a sistema. Non so come si possa fare. Oggi, laddove sia fatto questo, riconosciamo l’apprezzamento e l’emulazione della bellezza italiana. La differenza è l’autorevolezza che si accumula nel tempo, che si consuma in un secondo se è contraddetta. Pur fuori dal parlamento da alcuni anni, sono considerato un punto di riferimento politico su molti temi, grazie all’autorevolezza, che resiste pur priva di una rendita di posizione dentro alle istituzioni. L’altro problema è antropologico e relazionale. Per noi italiani, talentuosi con mille campanili e mille invasioni, con una lingua nata tardi, imparare a lavorare insieme è fondamentale. La questione antropologica è importantissima. Se devo vedere cosa dovrebbe fare la politica pubblica e penso a Villa e Salami. Tutta la struttura pubblica è legata a rendite d’interdizione di chi dispone di passaggi e interpretazioni di norme e procedure a tutti i livelli, costituendo antropologie formalizzate nel sistema. L’alternativa è lavorare per progetti.
L’assessore di Milano che vi descrivevo era del partito comunista per cui noi 77ettini eravamo nella migliore delle ipotesi dei pazzi, ma era lungimirante e ha deciso che avremmo lavorato con tutti gli istituti della provincia a cui ha chiesto di creare un atteggiamento normativo fecondo per realizzare progetti.
Quando sono stato assessore regionale, ho fatto la stessa cosa. Avevo una grande occasione, si era dopo mani pulite e molti ex colleghi erano in galera. Ho spostato il nuovo polo della fiera dalla zona di Chiaravalle, dove avrebbe avuto un costo enorme, al luogo in cui è ora, con costi e impatti molti più bassi. Quello che vedo da definire è questa chiave antropologica: quali sono i modelli per lavorare insieme. Qual è la chiave. Qual è il retroterra culturale. Predisporsi all’inaspettato, neanche presumere di prefigurarlo. Operazione che sta mettendo in piedi in Fluid-o-Tech. Si crea qualcosa che proviene dalla propria esperienza, ma che con questa è anche in tensione. L’aspetto di rete, che è il dato più interessante, deve essere esteso ulteriormente, consentendo a un libero professionista a un partita iva di essere parte di una rete, di una realtà in evoluzione. Se ci fossilizziamo sull’uso del 3d dal punto di vista tecnico, commettiamo un errore. Quando hanno fatto il telefonino, chi pensava che gli SMS sarebbero stati l’utilizzo maggiore? Del 3d ci penseranno le persone a farne un uso che non ci immaginiamo. Magari questo uso avrà elementi economici e di valore, ma non mercantili: avrà un valore amicale, sociale. Non sappiamo cosa uscirà”.

Paolo Zanenga
“Provando a riassumere e ipotizzando futuri sviluppi, mi pare che i temi usciti con maggior forza siano: 1. l’education, come emerge dalla testimonianza del Politecnico; 2. Il marketing, per generare ricchezza dal patrimonio senza passare dall’ossessione dello sviluppo del prodotto. Il lab di Andreis, i Value System, le esperienze di Vedo Giovane, di Iperpiano, sono le nuove accademie, dove si costruisce e si impara.
Infine, 3. c’è il problema della finanza, che permette di dare una dimensione di business, che la creazione di valore trovi delle traduzioni, degli sbocchi nel mercato”.

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