Makers: i temi

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1. Makers: da fenomeno spontaneo a moda
Stiamo assistendo alla nascita ovunque dei FabLab, delle palestre-laboratorio di fabbricazione digitale dove migliorare le proprie competenze e mettersi alla prova.
Il movimento dei makers si va diffondendo in tutte le regioni, spinto anche dalla passione di quanti credono che il futuro sia nelle nostre mani, nelle cose che sapremo costruirci.
Per dirla con Gauntlett, i makers, gli artigiani di oggi, sono coloro che creano blog e video su YouTube, si stampano in 3D un loro progetto, si organizzano on line per coltivare un orto o un giardino comune e in queste forme di creatività ritrovano lo spirito dell’artigiano pensato da Ruskin e la convivialità di Illich.
Non importa che i prodotti di questa creatività siano raffinati e di alta qualità, anche se grezzi questi prodotti sono il frutto di un lavoro autonomo, fatto con passione e i cui frutti sono condivisi con altri esseri umani.
Si sta indubbiamente affermando un nuovo modello di produrre cose, in cui la creatività nell’idearle e la soddisfazione nel realizzarle giocano un ruolo nuovo e importante, una nuova cultura basata su creatività individuale e connessioni sociali.

Sul tema sono intervenuti, tra gli altri: Barbara Zucchi Frua, Giovanni Campagnoli, Roberto Tognetti, Emanuele Balasso, Giorgio Villa e Silvia Salami

2. Tecnologia e società
La prima considerazione che emerge è che l’aspetto tecnologico è importante, ma non è una discriminante per gli sviluppi futuri. La diffusione di attrezzature a basso costo, software open-source, scambio di risorse on-line, i fab lab rendono facilmente disponibili le tecnologie necessarie.
In termini di mercato assisteremo alla diffusione sempre più massiccia delle stampanti 3D, con ulteriore abbassamento dei prezzi, fino a trasformarli in prodotti presenti in tutte le case (pensiamo alle stampanti laser e ink-jet).
L’impatto del 3D manufacturing sul settore manifatturiero cambierà completamente il contesto attuale. Una manifattura decentrata, delocalizzata, distribuita, personalizzata, in rete provocherà un cambiamento della società, delle relazioni sociali e del lavoro. Una prima considerazione emersa è che, trattandosi di un fenomeno globale, questa transizione non si può evitare né rallentare, quanto piuttosto sfruttare e accelerare.
Le tematiche in gioco, le cui responsabilità riguardano gli individui e soprattutto le istituzioni chiamate a legiferare, dovranno tenere conto delle ricadute sociali, etiche, economiche e culturali dei principali sviluppi tecnologici e scientifici. Dalle biotecnologie, all’ICT diffuso, dall’internet of things, al 3D printing, dalla genetica, alla robotica, l’impatto sulla società sarà di tipo sistemico, coinvolgendo (sconvolgendo) gli attuali assetti politico-istituzionali, sociali, ed economici.

Sul tema sono intervenuti, tra gli altri: Paolo Zanenga, Giammarco Binetti, Federico Della Bella

3. Re-manufacturing
I makers sono progettisti autonomi e indipendenti che si interessano a modelli di business e di produzione alternativi fortemente legati alle nuove tecnologie, all’etica del do it yourself e dell’opensource.
Anche se spesso viene accostato alla produzione di oggetti di design, non è nel design che nasce questo movimento.
A livello culturale, anzi, c’è una certa contrapposizione fra chi si sente portatore di una visione innovativa e libera del prodotto sganciato dalle logiche del profitto e i designer e le aziende italiani.
Negli ultimi tempi, però, stiamo assistendo a qualche segnale di superamento di questo atteggiamento teoricamente antitetico, con lo scopo di riuscire a far dialogare il sistema della produzione tradizionale e quello dei makers.
La scommessa è dimostrare che anche in azienda è possibile formare gruppi di lavoro elastici, in cui l’individualismo, tipico di designer e imprenditori, possa convivere con la disponibilità a mettere al servizio degli altri le proprie competenze, tipica della cultura dei makers, nella consapevolezza che ciò possa produrre vantaggi per tutti.
L’analisi del fenomeno makers presuppone nuove logistiche, nuove conoscenze, e anche uno spostamento delle revenue, che le aziende classiche faticano sempre più a mantenere, che non può non interessare gli imprenditori più lungimiranti.
Dal punto di vista del business, cambieranno i modi per remunerare il capitale e il lavoro. Il movimento dei makers viene dal basso e può essere uno stimolo per nuovi imprenditori che sappiano interpretarne e coglierne le opportunità, e per l’attuale tessuto produttivo, in Italia formato essenzialmente da artigiani e piccole imprese, depositario di un sapere immenso, tacito, fondamentale per l’Europa e soprattutto per il nostro paese.
Le PMI e le imprese artigiane devono essere consapevoli che ci sono opportunità enormi per fare leva sul proprio know-how e restare collegati col mondo. I makers, con la loro rete globale e il loro approccio open, rendono raggiungibili questi “depositi” di conoscenze che diventano potenziali attrattori di una parte del manufacturing di alta gamma e di forte personalizzazione richiesto dal mercato mondiale.
Un potenziale enorme di sviluppo potrà nascere se si creeranno ecosistemi imprenditoriali in cui si riducono tempi di sviluppo, rischio, costi dell’innovazione e in cui l’interazione stessa è fonte di arricchimento, recuperando e ricostruendo il tessuto (reale e, con le nuove tecnologie, virtuale), dei distretti industriali di cui è ricco il nostro Paese, facendone un modello di economia “glocal”, aggiornato, attuale e adatto alle nuove sfide.

Sul tema sono intervenuti: Domenico Laudonia , Fabio Franzoni, Diego Andreis, Francesco Samorè

4. Il ruolo dell’università e della formazione
Il tema dell’innovazione sistemica è strategico e coinvolge l’accademia e i professionisti che assistono le organizzazioni contribuendo ad accelerare i processi di transizione, che saranno, anche e soprattutto, di tipo culturale.
I modelli d’insegnamento e apprendimento dovranno cambiare e tenderanno a convergere verso un modello in cui la scuola è capace di generare ricchezza e il lavoro diventa apprendimento continuo.
La scuola e l’università hanno la responsabilità di fare in modo che i saperi impliciti posseduti si trasformino e si moltiplichino nella relazione con l’industria e con il consumatore, diventando valore economico.
Le università come il Politecnico devono sviluppare le doti di intrapresa con laboratori ad hoc e altre iniziative. Esistono esempi virtuosi: in Cina le università riconoscono crediti a chi fa esperienze d’incubazione d’impresa.
Il rapporto tra lavoro e formazione deve mutare. Si dovranno dare crediti non solo per gli esami. Il ruolo del docente sarà quello di un tutor di attività che avvengono anche fuori dal recinto accademico, ibridando l’attività formativa con esperienze esterne, creando profili multidisciplinari, imparando dal vicino.
Presso il Politecnico di Milano, ad esempio, sta nascendo una doppia laurea in design e ingegneria gestionale (ibridazione tra discipline) e si sta creando un centro make factory.

Sul tema sono intervenuti, tra gli altri: Luisa Collina, Paolo Zanenga

5. Il marketing e la relazione con il consumatore
Il grande tema del futuro dei makers (e con loro dell’impresa) è far sì che il know-how sia proprietario, che l’artigianalità sia di livello alto, tramite l’elicitazione dei saperi taciti, veri motori dell’unicità e dell’eccellenza. Se il prodotto è ricco d’esperienza diventa unico. Il tema, è, ancora una volta, di brand e di marketing.
Ma un marketing nuovo, ripensato in un contesto digitale e aperto, per un consumatore diverso, che potrà richiedere un prodotto globalizzato e/o personalizzato.
Le aziende devono organizzarsi per fare entrambe le cose.
Il consumatore sarà co-designer insieme all’azienda. Co-generation e co-design: le nuove parole d’ordine.
La creazione di oggetti, come anche la capacità produttiva diffusa abilitata dalle tecnologie del 3D printing, non rappresenta un problema per le società tecnologicamente avanzate.
Fondamentale è il marketing, che diventa marketing relazionale, in cui l’impresa conosce, attraverso l’analisi dei dati e dei comportamenti digitali, i propri clienti, entra in sintonia con essi e ne condivide passioni, desideri e interessi. Sapere quali sono i gusti e le preferenze dei consumatori diventa sempre più importante. L’osservazione può avvenire attraverso il coinvolgimento e lo scambio di valore. Si sperimentano piattaforme di edutainment, in cui si apprende giocando, e condividendo informazioni, preferenze e comportamenti, in maniera naturale e libera.
Su tutto, emerge la necessità di un design strategico, perché è quasi ovvio che la capacità di disporre di cicli veloci di interpretazione e rappresentazione è fondamentale nel nuovo contesto.

Sul tema sono intervenuti: Domenico Laudonia, Fabio Franzoni, Giammarco Binetti, Raffaele Vergine

6. SmartUP e nuove forme di finanziamento
Ma un design strategico, applicato al tema dei makers, ha una profonda sintonia con il concetto di SmartUP, dei “Value System” in cui il valore di riferimento è il territorio.
Nel fenomeno dei makers e nell’evoluzione possibile di rapporto con i nuovi distretti industriali, la dimensione emergente è quella glocal (“Think locally, act globally”), che corrisponde al riconoscimento delle conoscenza “situate” come fonte di ogni sviluppo culturale ed economico (in contrapposizione a una conoscenza standard universale e globalizzata).
Sono conoscenze che si riferiscono a città o a contesti territoriali fortemente caratterizzati dal punto di vista fisico, storico, economico.
La denominazione deriva dall’idea di smart city o smart community (che indicano sistemi locali in cui le tecnologie pervasive abilitano sviluppi e processi più veloci, intelligenti e collaborativi), coniugata con quella di start-up, con cui si qualificano nuove iniziative progettuali destinate a creare un nuovo soggetto imprenditoriale.
Lo SmartUP è un meta-soggetto imprenditoriale capace di rendere generativi i patrimoni comuni e di proporre alle reti/mercati uno stile unico, vettore di valori profondi, unici e fortemente caratterizzati.
Ma le SmartUP, per essere tali, devono attrarre capitali.
I capitali rendono concrete idee imprenditoriali, che, senza tale concentrazione di capitale finanziario, rimarrebbero progetti privi di ricadute industriali e sociali.
Ci si chiede se la finanza tradizionale possa riconoscere dei patrimoni emergenti, anche intangibili, come può essere un patrimonio cognitivo.
In certi casi sì: molti investitori, i cosiddetti business angel cercano know-how, competenze, accesso ai mercati, imprenditorialità.
Più concretamente, in una prima fase, lo strumento del crowdfunding, nato anch’esso nella rete, nelle sue diverse forme (product-based, reward-based, equity-based), può rispondere alla necessità di aggregare capitali piccoli e medi per il finanziamento di prodotti in grado di stare sul mercato in forme diverse da quelle tradizionali. Per la finanza tradizionale è invece l’opportunità di ricoprire un nuovo ruolo e, in prospettiva, di non perdere delle occasioni irripetibili. Occorrono nuovi strumenti: una selezione dei progetti che avvenga in un ambiente (quello degli acceleratori) in cui l’incubazione sia realmente fertile e il clima fecondo al lancio di nuove iniziative, in cui l’investimento sia sull’ecosistema, più che su singoli progetti. Questo permetterebbe di bilanciare gli investimenti tra progetti ad alta probabilità e resa media, con progetti a bassa probabilità e ad altissima resa. Per quanto riguarda l’innovazione nelle imprese, si deve sempre più ragionare in ottica di piattaforme d’innovazione continua che minimizzino il rischio, rispetto a singoli investimenti su progetti una tantum con rischio e investimenti molto importanti.

Sul tema sono intervenuti, tra gli altri: Domenico Laudonia, Paolo Zanenga, Barbara Zucchi Frua, Roberto Tognetti, Fiorello Cortiana

7. Makers e istituzioni
Per comprendere le possibili sinergie fra fenomeno dei makers e istituzioni, bisogna meglio comprendere il significato attribuito al termine makers da chi è all’interno del movimento e da chi lo osserva dall’esterno.
I primi si sentono espressione di un fenomeno nato in maniera spontanea ed incentrato su alcuni concetti inalienabili: la libertà di creare, la condivisione delle idee creative e quindi l’open source come stile di vita.
I secondi li confondono spesso con nerd che stampano oggetti in 3D, spesso apparentemente inutili, quasi dei moderni hippies tecnologici, oppure, all’opposto, con il prodotto finito: il prodotto stampato in 3D viene a coincidere con l’idea stessa di maker.
In realtà la stampa in 3D e la prototipazione rapida esistono da anni e non costituiscono una rivoluzione culturale, ma tecnologica.
Il fenomeno dei makers è qualcosa di più complesso e profondo, un cambiamento globale che sta arrivando, in ritardo purtroppo, anche in Italia.
Ma nell’arrivare si è contaminato con la nostra cultura, la capacità innata di coniugare tecnica e creatività, in tutti i campi, che da sempre ci contraddistingue e ci rende unici.
Quindi è comprensibile che i makers non si sentano rappresentati da associazioni che, da quello che si è discusso e da quanto si legge in rete, cercano di sovrapporsi, di organizzare e, di fatto, potenzialmente di escludere chi non si adegua.
L’Associazione Make in Italy, di cui fanno parte un giornalista divulgatore come Riccardo Luna, l’inventore di Arduino, Massimo Banzi e finanzieri come Carlo De Benedetti, prima ancora di iniziare a operare, ha già ricevuto forti critiche perché si propone come capofila e coordinatore (a che titolo e con quale criterio di scelta) di un gruppo eterogeneo di soggetti, che comprende i fab lab, le punte più avanzate del movimento makers in Italia e alcune istituzioni tradizionali, come la Camera di Commercio di Roma.
Ma, ricordano i makers, i fab lab per definizione sono aperti a tutti, mentre è altrettanto noto che In Italia non esiste la collaborazione competitiva. Tutti guardano al proprio orticello e formano associazioni con chi ha gli stessi interessi diretti. Il fenomeno dei makers, invece, è un’espressione della natura e dell’evoluzione umana. La caratteristica del movimento è l’open source. Far confluire tali realtà creative in un’associazione, con inevitabili regole e interessi, secondo alcuni makers non può che soffocarle.
Quale strada seguire allora?
Un esempio virtuoso, ricordato all’inizio del nostro seminario e cui molti stanno guardando per eventualmente riproporlo in Italia, è quello della amministrazione Obama, il National Network for Manufactoring Innovation (NNMI).
E’ in fase di messa a punto e sarà composto da un massimo di 15 centri regionali, collegati fra loro, che avranno la funzione di investire sull’innovazione di produzione. Ogni centro sarà gestito autonomamente da un’organizzazione senza scopo di lucro e si strutturerà con un partenariato pubblico/privato, per sfruttare le risorse esistenti e promuovere collaborazione e co-investimento tra industria, università e agenzie governative. La rete è progettata per affrontare l’incoerenza nella politica economica e di innovazione degli Stati Uniti, dove gli investimenti federali e gli incentivi fiscali in tema di ricerca e sviluppo (R&D) non sono compensati da corrispondenti incentivi per incoraggiare la produzione nazionale delle tecnologie e dei prodotti che derivano da questa attività.
L’obiettivo è sviluppare, mostrare e commercializzare nuovi prodotti e processi per la produzione interna, nonché formare una forza lavoro manifatturiera con aumentati livelli di abilità per migliorare le capacità produttive nazionali.
Le attività del NNMI comprendono progetti di ricerca e dimostrazione applicata che riducono il costo e il rischio di commercializzazione delle nuove tecnologie o che supportano l’istruzione e la formazione, lo sviluppo di metodologie e pratiche per l’integrazione della supply chain , e il coinvolgimento delle piccole e medie imprese manifatturiere .
E’ quasi un moderno “New Deal”, finanziariamente oneroso e quindi con molti detrattori, ma con altrettanti sostenitori.
In particolare si ritiene che NNMI possa contribuire ad attenuare i due tipici problemi che affliggono l’innovazione industriale, vale a dire che gli innovatori in genere non riescono a raccogliere finanziamenti per sviluppare le loro idee e arrivare a monetizzare i vantaggi economici completi che le loro innovazioni forniscono (da qui la necessità di un sostegno del governo). Molte imprese, anche finanziariamente solide, sono pesantemente condizionate da una logica di breve periodo degli azionisti, se non incentivate, tendono a non investire in progetti di R&D, con ritorni a medio a lungo termine.
Infine, si pensa che NNMI creerà un ambiente domestico più attraente per la produzione e quindi incoraggerà aziende americane e straniere a localizzare impianti di produzione negli Stati Uniti.
Con tali premesse, questa impostazione potrebbe essere trasferibile nella realtà italiana, dove la de-industrializzazione che affligge gli USA non è ancora in stadio così avanzato: conseguentemente, l’iniezione di risorse finanziarie e di innovazione tecnologica avrebbe un effetto più rapido ed efficace.
Esiste poi il caso virtuoso della Germania, dove la Fraunhofer Society (Società Fraunhofer per l’avanzamento della ricerca applicata), un istituto di ricerca diffuso in tutta la Germania, con varie sedi ognuna incentrata su diversi campi della scienza applicata, impiega circa 23.000 persone, soprattutto scienziati e ingegneri e ha un bilancio per la ricerca annuale di circa € 1,7 miliardi. Il finanziamento di base per la Fraunhofer Society è fornito dallo Stato (attraverso il governo federale insieme con i Lander, ed è finalizzato alla ricerca preparatoria), ma più del 70 % dei finanziamenti deriva dai lavori a contratto, i progetti sponsorizzati dal governo a favore o dell’industria.
Questo struttura finanziaria, che dipende in buona parte dalle commesse, spinge ad avere un approccio flessibile, autonomo e imprenditoriale che indirizza anche le priorità di ricerca segnalate dalla società.

Sul tema sono intervenuti, tra gli altri: Fiorello Cortiana, Francesco Samorè, Giorgio Villa e Silvia Salami, Emanuele Balasso

8. Responsabilità nell’innovazione
Su tutti i temi trattati aleggia una problematica di fondo, che non a caso è stata oggetto dell’intervento di apertura del seminario e che riportiamo qui, per suggellare e offrire un fil-rouge a tutti gli interventi: la responsabilità nell’innovazione.
Una manifattura decentrata, delocalizzata, distribuita, personalizzata, in rete provocherà un cambiamento della società, delle relazioni sociali e del lavoro.
Innovazioni di questo genere hanno un impatto che va oltre a un rivolgimento del proprio contesto produttivo. Le tecnologie e le tecno-scienze, infatti, mettono i singoli, le imprese e le istituzioni di fronte a scelte di natura anche etica molto complesse. Il digital manufacturing pone anch’esso problemi di natura etica e induce i decision maker ad assumersi responsabilità di gestione di una transizione già in atto e che promette di essere lunga e potenzialmente dolorosa. La complessità della questione richiama immediatamente il tema della responsabilità nell’innovazione, nella sua promozione e gestione. La responsabilità riguarda gli individui e soprattutto le istituzioni chiamate a legiferare, che devono essere costantemente aggiornate sulle ricadute sociali, etiche, economiche e culturali dei principali sviluppi tecnologici e scientifici. Dalle biotecnologie, all’ICT diffuso, dall’internet of things, al 3D manufacturing, dalla genetica, alla robotica, l’impatto sulla società sarà di tipo sistemico, coinvolgendo (sconvolgendo) gli attuali assetti politico-istituzionali, sociali, ed economici.
La vita di ciascuno sarà impattata da questi cambiamenti e perciò è ancora più importante analizzarli, comprenderli, prevederne gli sviluppi e cercare di canalizzarne positivamente gli effetti.

Sul tema sono intervenuti, tra gli altri: Francesco Samorè, Paolo Zanenga

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